domenica 7 febbraio 2016

Sia in salita che in discesa

Al culmine della collina la vista era impressionante. Tutta la fatica fatta per arrivarci scompariva di colpo guardando la distesa di campi, il fiume che scorreva lento e si increspava qui e li in corrispondenza di massi e rocce che sono più o meno simili ed indistinguibili. Mi voltai dall'altro lato e addirittura si poteva scorgere il mare, il cielo era più che terso, limpido, più che limpido, rarefatto. Il solo suono che si udiva era quello del silenzio. Sapete com'è fatto il silenzio? Non è fatto di assenza, come si potrebbe pensare, ma di presenza. Presenza dell'infinito, per l'esattezza. Decisi di prendere il sentiero che si apriva alla mia destra, che si incuneava in una foresta scura e perigliosa. Gli alberi mi sovrastavano con la loro maestosa altezza, e la vista che fino a poco tempo prima si apriva ai miei occhi era solo un ricordo. Il buio dominava e solamente sprazzi di luce tra i rami fendevano l'aria che di colpo si era fatta gelida. I canti degli uccelli si susseguivano ritmicamente, in maniera cupa e sinistra. Ebbi voglia di uscire al più presto da quel luogo ameno, ma mi resi conto rapidamente di essermi perso. Com'era possibile? Fino a qualche istante fa tutto mi sembrava chiaro, c'era la luce, lo spazio immenso e la prospettiva di un mondo se non migliore almeno sopportabile. Ed ora la foresta mi avvolgeva col suo nero e con la sua angoscia capace di penetrarmi in profondità. Scorsi dinanzi a me una volpe che correva con una piccola preda in bocca, e pensai che lei sapeva perfettamente dove andare e cosa fare, come sopravvivere e come prendersi cura dei suoi piccoli. Sempre sicura, in salita ed in discesa. Cercai di seguirla, ma era troppo veloce per i miei sciocchi arti di stupido bipede. Mi sedetti e chiusi gli occhi. Mi addormentai quasi subito, ed era già giunto il tramonto. Capii che se non volevo morire lì, fermo ed immobile, avrei dovuto darmi da fare.

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