domenica 20 dicembre 2015

Km 65

Appena entrato in autostrada si accorse del cartello luminoso a cavallo della carreggiata che indicava a caratteri cubitali "incidente al chilometro 65" con tanto di sagome stilizzate di due auto rosse incartocciate una dentro l'altra. Non ci fece caso, mancavano ancora una cinquantina di chilometri e naturalmente non c'erano segni di code e/o rallentamenti.
Il telefono squillò ed automaticamente l'autoradio si spense facendo partire il vivavoce.
-ciao
-dove sei?
-in autostrada. ho un appuntamento con un cliente.
-anche io, sto tornando in ufficio.
-hai letto il cartello? c'è un incidente al chilometro 65. fai attenzione.
-non ci ho fatto caso. comunque qui tutto sotto controllo. ci vediamo a pranzo al solito posto, ok?
-ok, a dopo.
-ciao
-ciao.
Chilometro 35 e fin lì tutto bene. Una pausa caffè sigaretta e pisciatina ci stava tutta, era ancora presto. E se c'era l'incidente poteva sempre uscire allo svincolo precedente e continuare sulla statale. Si si, avrebbe fatto così, la giornata era bella, nemmeno una nuvola all'orizzonte, l'aria era quella frizzante di metà dicembre.
Mise la freccia ed entrò nel parcheggio dell'autogrill. Qualche pullman di anziani in gita, qualche suv di coppie benestanti, qualche utilitaria, i soliti tir rumeni. Entrò e mentre era in fila alla casa dal totem della società autostrade rilesse di code in aumento per il solito incidente al chilometro 65. Pagò il caffè, e prendendo il resto chiese al cassiere cos'era successo di tanto grave, se fosse qualcosa di cui preoccuparsi e se magari era il caso di uscire dall'autostrada. Lui rispose che non ne sapeva nulla e che non aveva letto nulla. Stava per ribattere "guardi che lo dice il monitor" ma un altro avventore, particolarmente frettoloso, lo pregò di farsi da parte. Quando si girò per andare al bancone del bar sul totem non c'era più traccia della segnalazione, ma solamente le previsioni del tempo. Sole e temperature nella media per tutta la settimana. Prese il caffè, uscì fumando distrattamente guardando il cielo e dimenticò di pisciare. Si rimise in moto, diede di nuovo un'occhiata al tabellone luminoso che indicava il solito incidente e code in aumento, stavolta.
Era al chilometro 55, praticamente al punto di non ritorno. Poteva uscire ed evitare la coda, oppure continuare sperando che nel frattempo polizia stradale e vigili del fuoco avessero rimosso l'ingorgo. Per pigrizia continuò, anche perchè delle code non se ne vedeva nemmeno l'ombra. Era ormai giunto al chilometro 64 e 500 quando qualcosa attirò la sua attenzione, un piccolo frammento luminoso sul tappetino lato passeggero lo catturò come avrebbe fatto come con una gazza ladra. Provò ad allungare il braccio cercando di mantenere gli occhi fissi sulla strada ed il volante dritto, ma non riuscendoci fu costretto a piegarsi leggermente a destra. In quel secondo di distrazione non si accorse che piegandosi portò con sè anche il volante, che fece sterzare bruscamente l'auto verso la corsia d'emergenza. Il tir che viaggiava sulla prima corsia non ebbe il tempo di frenare colpendola in pieno, spingendola verso lo spartitraffico in cemento. Si fermò esattamente in corrispondenza del cartello "65".

domenica 13 dicembre 2015

Black Christmas

Probabilmente il 24 dicembre è il giorno più bello dell'anno, almeno per me. Nemmeno in famiglia mi capiscono, nemmeno loro comprendono la frenesia che la vigilia di Natale mi prende, ma è come se tornassi bambino, almeno per mezza giornata.
Il lavoro mi prende poco tempo in questa giornata fredda e piovosa, mezz'ora e sarò a casa, il traffico è scorrevole, piove ma poco. Sono in autostrada, ascolto le solite canzoncine natalizie alla radio ed all'improvviso mi accorgo di aver bucato. La scocciatura è cambiare la gomma sotto la pioggia, ma uan volta arrivato a casa doccia calda, phon e tutto passa. Voglio solo cercare un gommista aperto, non mi va di passare le vacanze col ruotino. Esco dall'autostrada, trovo il gommista ancora aperto, per fortuna. Sono le 13, strano che ancora sia al lavoro. Parcheggio, saluto il gommista che mangia un panino su di una poltrona sfondata e con le mani sporchissime. Lui manco mi risponde, gli spiego il problema, lui finisce con due morsi il panino e prende dal mio bagagliaio la ruota bucata.
-ci vuole molto?
lui manco risponde, poi con un rutto e con una grattata al sedere si mette al lavoro. 
mi accomodo a guardare i calendari, tutti degli anni scorsi, non ce n'è nemmeno uno di questo in corso o di quello che sta per arrivare. lui ogni tanto mi guarda di sottecchi, evidentemente non gradisce la mia curiosità.
finisce il lavoro, e mi dice secco : dieci euro.
prendo il portafogli, e mi accorgo che non ho contanti. gli chiedo se accetta carte di credito, lui mi dice che non ne ha e che non ha intenzione di metterne ne oggi ne mai. gli dico che posso cercare una banca per prelevare, lui mi dice che potrei scappare e non tornare più, io ribatto che non mi sembra il caso di preoccuparsi per dieci euro. lui mi chiede il cellulare in cambio, io gli dico che vale seicento euro. a questo punto lo vedo estrarre dalla tasca di dietro un telecomando. lo preme. la serrranda si abbassa. io rimango di ghiaccio. lui ride. io sono paralizzato. mi si avvicina pulendosi le mani con uno straccio ancora più sporco.
-da qui non esci senza i dieci euro.
conto gli spiccioli ma arrivo a malapena a 3 euro e 40 centesimi. piango, non mi capitava da anni.
-la prego mi lasci andare, gliene porterò 50 se mi lascia uscire. ho la mia famiglia che mi aspetta per il cenone, è Natale...
-io non ho nessuno che mi aspetta, ed è Natale anche per me
-mi dispiace...
-no che non ti dispiace, non te ne frega niente come non frega niente a nessuno. se non ti bucavi la gomma manco ci capitavi qui. e allora facciamo una cosa equa. io passo il Natale solo, e lo passi pure tu. solo con me.
con la forza della disperazione cerco di scappare, ma inciampo in un crick di quelli a pedale e sbatto la testa e svengo.
mi risveglio dopo una decina di minuti. sono legato ad una poltrona con una corda lercia. sento che il sangue mi scende dalla fronte e mi copre la parte destra del viso. lui è di fronte a me, ride e fuma. 
-ti sei fatto male?
-un po'...
-beh, quello non era niente....
lo vedo avvicinarsi con una chiave inglese enorme, quelle da mezzo quintale. l'ultima cosa che vedo è l'oggetto che viaggia veloce verso il mio cranio, e l'ultima cosa che sento è lui che mi dice : buon Natale.

martedì 8 dicembre 2015

White Christmas

Il pomeriggio del 24 dicembre è stato definito dall'Oms il giorno più triste dell'anno. Più del Blue Monday, più del giorno prima delo stipendio, più del giorno del pagamento delle pensioni alla posta quando hai soloamente un bollettino da pagare e cento anziani davanti. Sveglia, il denaro elettronico esiste da parecchio tempo, fatevi spiegare dai vostri nipoti o dai vostri figli come si usa, saranno contentissimi di farlo appropiandosi di una cospicua percentuale.
Quel 24 dicembre ero solo in auto. Finito di lavorare mi trovavo come al solito nel noioso tragitto verso casa, in un eterno due del pomeriggio semi soleggiato, molto triste e molto grigio e molto freddo. Il 24 dicembre si riconosce anche dal traffico lievemente scarso, chi doveva ha già comprato, chi deve compra, chi deve cucinare sta già cucinando.
L'autostrada scorreva veloce sotto le gomme, tre per la precisione, perchè la quarta all'improvviso scoppiò.
Riuscii in tempo ad accostare nella piazzola di sosta, montare velocemente la ruota di scorta bestemmiando i santi dei 359 giorni appena passati di quell'anno. Era ancora relativamente presto, così per non passare senza gomma di scorta le vacanze natalizie decisi di uscire dall'autostrada per cercare un gommista ancora aperte. Quante potevano essere le probabilità di trovarlo al primo colpo? Dieci su 100 ? Una su cento?
Fatto sta che lo trovai subito, proprio accanto al cavalcavia che portava all'Ikea. La saracinesca era alzata, ma l'officina era vuota. Affisso all'ingresso c'era un cartello col numero del cellulare del gommista. Chiamo, ma non risponde nessuno. Chiedo lumi al bar accanto, e la ragazza dei caffè mi dice che il gommista a quell'ora è a casa a pranzare. La ringrazio e mi faccio fare anche un caffè. La saluto, le auguro buon natale e mi dirigo verso casa del gommista (me l'ha detto la ragazza dov'è). Il caseggiato abbastanza anonimo dove risiede il gommista e la sua famiglia è abbastanza vicino all'officina, ci metto tre minuti a piedi. CItofono "Borrelli", so che quello è il cognome, c'era scritto sull'insegna al neon. Mi risponde una bambina, con sottofondo di cani che abbaiano. O forse è uno solo, ma fa casino come se fossero quattro. Forse è uno di quelli piccoli e cacacazzo. Lei mi dice "pronto", forse ancora non conosce la differenza tra telefono e citofono, io le chiedo se c'è papa (o nonno) e dopo due secondi arriva una voce forte e femminile. Forse la mamma (o la nonna). Rispiego il mio problema, e la signora mi dice di salire, suo marito sta spugnando il baccalà ed ha le mane impegnate. Alla parola baccalà il mio stomaco ha un leggero stravolgimento, sono a digiuno dalla colazione ormai. Salgo, prendo l'ascensore ed arrivo sul pianerottolo. Ancor prima di aprire la porta gli odori del cenone mi riempono le narici. Frittura, frutti di mare, dolci, etc etc. Mi apre una signora sulla sessantina col grembiule che mi invita ad entrare, si scusa per la nipotina e mi guida fino alla cucina. Un omone grande, come un gommista per l'appunto, mi saluta senza alzare lo sguardo dal suo filetto di baccalà e mi chiede cos'è successo, io gli racconto  tutto e lui mi dice che dobbiamo mettere la gomma nuova, e per fortuna ce l'ha. Il tempo di finire col baccalà e la mettiamo, tant'è questione di cinque minuti. Finalmente alza lo sguardo e mi dice di accomodarsi coi suoi occhi azzurri ed intensi. Io mi siedo, la signora mi chiede se ho fame e francamente non me la sento di fare cerimonie col languorino che sento e con tutto quel ben di Dio davanti. Mi porta pane, alici fritte e baccalà in pastella, e pure un quarto di vino bianco. Spazzolo tutto in 5 minuti sotto gli occhi compiaciuti dei due, mi avranno preso per uno che non mangiava da mesi. Il gommista finalmente finisce il suo lavoro gastronomico e scendiamo assieme. Ringrazio la signora per la gentilezza e saluto la bambina che nel frattempo è stata seduta col suo tablet in grembo ad osservarmi fissa.
Per cambiare la gomma ci vogliono davvero 10 minuti, pago e chiedo al gommista se posso offrirgli un caffè o un amaro al bar accanto, lui accetta e la barista ci versa due amari del capo. La saluto e le auguro nuovamente buon natale, lei sorride e mi dice che già glieli avevo fatti. Due volte è meglio di una, no?
Aiuto anche il gommista a chiudere la saracinesca, sono ormai le quattro. Mi chiede dove andrò a mangiare, io gli rispondo che non ho nessun posto dove andare. E qui scatta inaspettato l'invito. Io imbarazzato non so cosa rispondere, e quindi rispondo di sì. Avevo già notato le prelibatezze di casa e onestamente un invito era quello che aspettavo. Obietto che non ho nulla da portare, o forse aspetta un attimo, nel cofano ho un panettone con spumante. Saliamo in macchina e parcheggiamo nel parco sotto casa sua, saliamo e lui spiega l'arrivo del nuovo ospite alla moglie, la signora la prende bene ed aggiunge una sedia al tavolo. Dobbiamo solo aspettare i genitori della bimba e poi si mangia. Quando si dice il caso. Buchi in autostrada, ed oltre alla riparazione trovi anche uan famiglia (temporanea).

domenica 6 dicembre 2015

Senso unico

Sono abbastanza sicuro che qualcosa prima c'era.
Prima di diventare grande.
Prima di diventare adulto.
Prima che tutto avesse un nome.
Prima che tutto avesse un significato.
Prima che tutto avesse un significato recondito.
Prima che tutto avesse un significato reconditamente nascosto.
Prima che tutto avesse un significato reconditamente nascosto ai più.
Prima che tutto avesse un significato reconditamente nascosto ai più piccoli.
Ecco.
Prima di tutto questo c'era la vita senza domande.
La vita pura.
Quella che facevi scendendo di corsa di casa per le scale senza nemmeno prendere l'ascensore.
Quella che facevi senza l'orologio e senza le ore.
Quella che facevi senza il cellulare, la patente, i soldi e i debiti e i contributi previdenziali.
Quella era la vita a senso unico, dove contava solamente il davanti, e non il dietro, il sopra, il sotto, a destra e a sinistra. 
Quando ti lavavi per pulirti e non per profumarti.
Quando dormivi per il sonno e non per ricaricarti.
Quando mangiavi per nutrirti e non per degustare.
Quando ti vestivi per coprirti e non per sfoggiare.
Quando ti spogliavi per il caldo e non per non sudare di più.
Quella era la vita.
A senso unico.
Verso un vicolo cieco, però.

domenica 22 novembre 2015

Doppio senso

Lungo i viali tu del loro nulla che ne sai, i segnali spesso non significano mai (Baustelle - Il Nulla)

-E non dimenticare le cipolle, che mi servono per il risotto!
-Ok.
Io lavoro, e nel tragitto di ritorno a casa debbo fare anche la spesa. Lei sta a casa, ha il supermercato sotto casa ma non può truccarsi per scendere a fare la spesa. Come se il trucco fosse necessario all'acquisto.
Infatti di solito alle casse la cassiera chiede, prima della tessera fedeltà : fondotinta? no mi spiace, oggi no. allora la carne passa a prezzo pieno.
Strada provinciale 1, detta anche "degli americani", detta anche "doppio senso". Un lungo taglio che dalle falde del Vesuvio conduce direttamente al lago Patria. Detta così sembra quasi una didascalia di un depliant di un'agenzia di viaggi, ma la realtà, per chi la conosce, è tutt'altra cosa. Sembra quasi che un gigante invisibile abbia scaricato cemento ed asfalto in modalità totalmente random, tale è l'assenza di una seppur lieve parvenza di bellezza. Megastore, megacinema, megapub, megaristoranti, megahotel, megarotturadipalle. Comincia pure a piove, e secondo una delle più note leggi della termodinamica (peraltro mai scritta) il traffico aumenta in maniera direttamente proporzionale all'aumento dei millimetri di pioggia. Chiuso nell'abitacolo con l'autoradio a palla mi sento come un pesce in un acquario, mentre proseguo a 6/7 chilometri all'ora. Per fortuna il discount è qui. E naturalmente non ho l'ombrello. Riesco a parcheggiare in prossimità della porta scorrevole del supermercato, così mi becco solo qualche schizzo d'acqua gelida. Prendo le cipolle (bianche, gialle, rosse, ma che si fotta), pago, sono l'unico cliente e la cassiera si rompe pure il cazzo di battere uno scontrino per soli 69 centesimi. Le faccio notare che ne può fare anche a meno ma sorridendo mi mostra l'apparecchio e mi dice che non è possibile. Ok, il capo sei tu. Magari, mi risponde. Vabbè, ha voglia di chiacchierare e io non mi voglio intrufolare nella sua vita. Esco. Smette di piovere, le nuvole improvvisamente si aprono e un raggio di luce squarcia il cielo nero. Mi commuovo interiormente per aver partorito per me solo quest'immagine poetica e riparto. Si fa per dire. Esco dal parcheggio e il traffico è completamente bloccato. Sarà un incidente. Accendo la radio. è un incidente. Normale amministrazione, roba da due tre sigarette, cinque sei canzoni, un paio di cazzotti al volante e tutto finisce. Che ne sapete voi, o non guidanti.
In verità alla terza marlboro ed alla quinta negramaro non è finito un bel niente. Riaccendo la radio, le news parlano di un tir ribaltato ad un chilometro da me. Nessun morto ma tanto spavento per il conducente. E noi aspettiamo che arrivi un carro attrezzi di dimensioni planetarie a smuoverlo. Che passerà non si sa dove. La radio interrompe il suo gracchiare per donarmi gentilmente una telefonata.
-ma dove sei? dovevi solamente comprare le cipolle..
-c'è un traffico bestiale, accendi la radio, c'è un tir ribaltato, forse ne parlano anche in televisione...
-le solite scuse
Click. Comunicazione interrotta. Come la strada.
In Puglia sono più specifici dei topografi campani e la segnaletica offre informazioni maggiori. Dove c'è una strada che corre parallela, scrivono "viabilità complementare" oppure "viabilità di servizio" dimodochè gli automobilisti capiscono che ci si può servire di essa. Ma in provincia di Napoli questo non succede, quindi la imbocchi senza leggere e capire, non sapendo se ti porterà da qualche parte, quando e come. Imbocco per l'appunto questa stradina laterale, pensando che prima o poi mi porterà allo svincolo della tangenziale che la mia memoria ricorda molto vicino. Vedo scorrere alla mia sinistra l'immenso agglomerato di lamiera delle auto in fila e ridacchiando penso : fessi, perchè ve ne stati lì fermi quando potreste scorrere come me verso la libertà e verso il risotto alla milanese? Dopo poco realizzo che io sono il fesso e che i topografi campani avevano ragione, se non c'è scritto "viabilità di qualcosa" è perfchè quella strada non va da nessuna parte. Con una curva ad angolo retto a destra il nastro d'asfalto s'insinua nella campagna resa ancora più acquitrinosa dal temporale. Distese di alberi da frutto e serre a perdita d'occhio, interrotte solamente da una macchia rossa all'orizzonte. Mi avvicino e mi rendo conto che si tratta di un ombrello, ma talmente grande da nascondere totalmente l'esile proprietario. Anzi, proprietario. Mi fermo, abbasso il finestrino, lei mi sorride e dice : trenta. Dopo la cifra capisco. Io non vado a puttane e non ci voglio andare, mi ero fermato solamente per capire, le dico, lei sorride, non avrà nemmeno vent'anni. Le chiedo di salire, le offro una sigaretta. Lei accetta, mi parla di se e del suo paese lontano. Le chiedo se sa fare il risotto. Mi risponde che no, non lo sa fare, ma sa cucinare bene gli involtini di verza. Sorride, forse il riscaldamento della mia auto ha riscaldato anche il suo cuore. Rido per questa scemenza che ho pensato ed il cellulare squilla di nuovo. Io non rispondo,. chiedo alla ragazza come andare via di lì. Lei mi spiega come arrivare al parcheggio di un albergo lì vicino, che poi si collega direttamente, tramite l'uscita sul retro, al corso di un paese napoletano che finisce in -ano. La saluto, vado via. Lei sembra dispiaciuta, e forse lo sono anche io. Le indicazioni erano giuste, ovviamente. Arrivo sul corso del paesino stramorto e squilla di nuovo il cellulare. Stavolta rispondo.
-mi sono perso, sono in un paesino che non conosco ma che ha la desinenza che finisce in -ano. Come tutte le cose della mia vita che mi finiscono sempre in -ano. Si hai ragione, era solamente una battuta volgare. Un doppio senso.

domenica 15 novembre 2015

Senza senso

Le riviste delle sale di attesa dei medici sono tutte uguali. O parlano di gossip. O parlano di medicina. O parlano di cucina. O parlano di nulla. Oppure di tutte e tre le cose insieme. Oppure non ci sono riviste. Così quando ho un appuntamento preferisco portarmi le mie. Il problema è che quando ne rimetto una in borsa gli altri che aspettano pensano che la stia rubando. A quel punto vorrei dire agli occhi altrui ed indagatori "guardate che questa rivista è mia, il dottore non compra queste cose", ma mi rendo conto che è inutile, se sono qui hanno altro a cui pensare, come me.
è il mio turno, la segretaria mi dice di entrare. Io dovrei finire l'articolo ma pazienza, rimetto la rivista in borsa ed una donna sulla settantina mi guarda, io le dico a bassa voce "guardi che è mia", e mi alzo.
Il medico sorride sempre, si alza appena dalla sedia e mi stringe la mano, ha la cravatta sotto il camice, e una camicia bianca.
-allora come va?
-abbastanza bene, ora cammino abbastanza bene
-ha detto due volte "abbastanza" nello stesso periodo, penso che basti..
-abbastanza..
-le brucia ancora dietro la schiena?
-no per ora no, solo quando cambio posizione..
-è l'anca, come prima..
-anche?
-no, solo una, l'anca sinistra...
-intendevo dire, anche l'anca?
-perchè, lei cosa pensava che fosse?
-pensavo fosse l'ernia al disco, il dolore sciatico, il nervo, il glucosio...
-cosa c'entra il glucosio?
-niente, forse mi confondevo con le analisi del sangue...quindi si tratta nuovamente della coxalgia?
-penso di sì...ogni tanto bisogna fare il tagliando alle articolazioni, un po' come ad un'autovettura. qualche iniezione e tutto tornerà come prima.
-perchè sempre le articolazioni? non vorrà significare qualcosa?
-è questione di equilibrio, non è mica facile...
-quindi il mio corpo sta dicendo che mi mancano le basi, che mi manca la terra sotto i piedi?
-o più probabilmente le manca uno scopo, un appiglio, una visione, un progetto. lei vacilla, mio caro
-e questo si proietta nell'anca?
-anche
-tutt'e due?
-no, intendevo dire "anche nell'anca"
-ho capito. certe volte sembra tutto senza senso.
-lo è, ciò che fa la differenza è solo il momento in cui lo si capisce. c'è chi ci arriva a vent'anni, chi a trenta, chi a cinquanta, chi si piazza un colpo in gola e la fa finita, e chi non ci arriva mai, e forse sono quelli che la prendono meglio.
-mi sa che ha ragione. io la saluto, le farò avere mie notizie.
-abbia cura di sè. e delle sue anche.
-a presto.
-addio.

domenica 25 ottobre 2015

Un'ora indietro

Erano le due e quarantacinque quando ci fermammo sull'argine del grande fiume. La radio ci ricordava che tra quindici minuti non sarebbero state le tre ma di nuovo le due, insomma tornava l'ora legale, insomma bisognava rimettere le lancette indietro di un'ora, insomma ma queste lancette chi ce le ha che ormai l'ora, quando ne ho bisogno, la leggo solamente sul cellulare. E mi venne in mente un gioco. Spensi il motore, si spense anche la radio, e si spense anche la luce dell'abitacolo. L'unica luce accesa era quella calda della sigaretta di L.
-Perchè ti sei fermato?
-Voglio fare un gioco. Il gioco dell'ora indietro.
-Cioè?
-Tra poco sono le tre, che poi sarebbero le due. Insomma c'è un'ora che non c'è. Un'ora in cui è permesso tutto. Si può dire tutto e fare tutto. Senza conseguenze.
-Ma se siamo chiusi in macchina, che si può fare? Piuttosto l'hai messa la sicura, che non mi sento tanto sicura?
-Bel gioco di parole. Forse hai ragione, non si può fare tanto ma si può dire e progettare e pianificare e inventare. Cosa faresti se avesti un'ora per agire senza conseguenze?
-Non farei nulla di male, probabilmente. O forse si. Onestamente non lo so.
-Non ti stai concentrando. Chiudi gli occhi, spegni la sigaretta e pensa. Chi allontaneresti per sempre dalla tua vita in quest'ora? Cosa cambieresti radicalmente?
-Beh, per cominciare tutti quelli che mi ostacolano, chi si piange addosso, chi mi piange addosso, chi mi rompe le palle inutilmente, i mediocri, gli ignavi, i criticoni, i perfettini, i sicuri di se, gli intelligenti, i belli, gli alti, i magri, gli abbronzati, i palestrati, gli arrivati, gli istruiti...
-Calma, stai facendo una strage...
-Non avevi detto che era permesso tutto?
-Si, scusami, hai ragione...continua pure...
-Basta. Ho finito. Credo che il mio elenco fosse piuttosto esaustivo. E  tu?
-Bhe, pressappoco quello che hai detto tu
-Non vale, copione. Devi fare la tua lista.
-Io odio quasi tutti indiscriminatamente.
-Anche me?
-No, tu ti salvi per un pelo
-Grazie
-Prego. Toglierei di mezzo solo quelli che mi annoiano. Solo la noia mi butta giù. E sono uno che si annoia molto presto.
-E adesso? Ti stai annoiando?
-Un po'. Potremmo fare qualcosa per non annoiarci
-Tipo scopare? Siamo solo amici, lo sai che questo non si fa.
-Ma siamo ancora nell'ora che non c'è. In teoria sarebbe permesso. E poi comunque non pensavo al sesso, ma se introduci l'argomento non posso che prendere la palla al balzo.
-Sono le tre meno cinque, il tempo è poco..
-Cinque minuti mi basterebbero anche..
-Ti chiami flash?
-Spiritosa. Comunque mi è passata anche la voglia. E poi sto gioco mi ha stancato. Anzi mi ha annoiato.
-Facciamo che l'ora indietro la mettiamo in relazione a questo gioco? Cioè che non l'abbiamo mai fatto?
-Ma come idea di partenza era bello..
-Si, non lo metto in dubbio. Il problema è nel passare dall'idea all'azione. Lì ci si perde spesso...Andiamo a casa, sono stanca.
Rimisi in moto la macchina. L'autoradio ripartì, i fari si accesero. Erano le tre. Sarebbe stato meglio stare zitto.

domenica 11 ottobre 2015

Il ladro di carrelli

L'uomo attendeva seduto nella stanza del direttore, situata appena dietro il magazzino del grande supermercato. Anche se era domenica pomeriggio, c'era un gran traffico umano. A portarlo lì era stata la guardia giurata di turno, che l'aveva fatto accomodare dicendogli che da lì a poco sarebbe arrivato il direttore per parlargli. Per tranquillizzarlo, gli aveva anche detto che le forze dell'ordine non erano state ancora avvisate. L'uomo ascoltava senza prestare realmente attenzione, fissava le punte delle sue scarpe consumate pensando che era giunto il momento di cambiarle, se solo avesse saputo con quale modello sostituirle. Ma questo era un altro problema. La guardia giurata chiuse la porta alle sue spalle e dopo nemmeno trenta secondi arrivò il direttore. Quaranta/quarantacinque anni al massimo, stempiato, pancia prorompente sotto la camicia bianca con logo aziendale, montatura d'osso, cordless attaccato alla cinta. Si sedette ed esordì:
-vuole un caffè?
-no grazie.
-allora veniamo a noi. le telecamere del negozio l'hanno ripresa mentre rubava un carrello semipieno di una signora in attesa al banco gastronomia per poi recarsi alle casse. è un comportamento abbastanza strano, in tanti anni non mi era mai successa una cosa del genere, mi può spiegare il perchè del suo comportamento?
-beh, è molto semplice signor direttore, io non riesco a scegliere...
-come "non riesco a scegliere"?
-è quello che ho detto, penso di parlare in italiano..
-si certo, capisco la sua versione dei fatti, ma non mi spiego il perchè...
-beh, avete troppe cose, io non riesco a capire cosa fa per me e cosa no, e quindi prendo un carrello a caso che mi sembra abbastanza pieno. a volte mi va bene, a volte no. può capitare di prendere un carrello di una coppia con bimbi piccoli, ed allora ci trovo dentro omogeneizzati e pannolini, ma non mi è successo più di tre volte...ù
-vuol dire che non è la prima volta che lo fa?
-si certo, qui è la terza volta. per fortuna che ci sono tanti supermercati in zona, stavolta mi è andata male, le altre volte nemmeno se ne accorgono che gli hanno tolto il carrello da sotto il naso...
-e con gli omogeneizzati e i pannolini che se ne fa?
-c'è sempre la parrocchia, o qualche associazione di volontariato che raccoglie aiuti per le famiglie bisognose, insomma la miseria non manca mai...
-ma lei di cosa si occupa nella vita?
-sono un impiegato comunale, e sono solo. ho tanto tempo libero ma non so cosa farne, non riesco nemmeno a scegliere cosa comprare. e d'altronde non è solo quello che non riesco a scegliere. ha sempre scelto la vita per me, e a quest'età non so più come reagire
-ma guardi, io non ho nemmeno allertato i carabinieri o la polizia perchè effettivamente lei non ha rubato nulla, la merce l'avrebbe pagata...
-come ho fatto tutte le altre volte...
-esatto, al massimo si sarebbe dovuto scusare con la persona a cui ha rubato il carrello...
-beata lei, almeno sa cosa scegliere...
-ma non creda...nessuno in questo supermercato sceglie liberamente cosa comprare...
-in che senso, scusi?
il direttore si alzò dalla poltrona dirigendosi verso la porta
-venga con me, le faccio vedere una cosa...
insieme si diressero verso la sala attigua a quella dove si trovavano. entrando furono abbagliati da un muro di schermi, l'uomo ne contò ventin in file di cinque per quattro. ogni schermo aveva un'etichetta. c'era lo schermo "gastronomia", lo schermo "panetteria, lo schermo "sottocosto" e così via.
-questa è una zona ristretta, ed ovviamente eli non potrebbe entrarci, ma chiuderò un occhio per lei, mi sta simpatico dopotutto e la capisco. vede, in questo supermercato non c'è nessuna libertà. i consumatori sono guidati in un percorso specifico fatto di offerte, precci civetta, offerte fasulle, cartelli colorati e tante altre diavolerie che ci aiutano a svuotare i magazzini e a riempire le casse. tutto è studiato per offrire la falsa illusione della scelta, e tutti ne sono felici. lei rubando un carrello già pieno non ha fatto altro che togliersi di dosso la parvenza di libertà. implicitamente ha già capito che non c'è nessuna scelta, tanto vale far prima prendendo la scelta finta altrui. almeno ha risparmiato tempo.
-quindi sono solamente più intelligente...
-adesso non esageriamo. è solamente più disilluso.
-posso andare adesso?
-vada pure, ma non metta piede qui nel mio supermercato almeno per un paio di settimane. e per la prossima spesa faccia così, prenda il volantino che le inviamo a casa, cerchi con un pennarello rosso i prodotti che le piacciono di più e poi venga qui con le idee già chiare. se ha problemi mi faccia chiamare e assieme riempiremo il carrello.
-grazie direttore. e buona domenica.
-anche a lei.
l'uomo guadagnò l'uscita di dietro e si ritrovò nel parcheggio. vide la coppia a cui aveva preso il carrello caricare il bagagliaio, gli si avvicinò e in un attimo di distrazione prese un salamino che ancora doveva essere messo dentro. dopotutto lui l'avrebbe voluto pagare.

domenica 4 ottobre 2015

Una alla volta

Lo lessi tempo fa su di un libro in cui mai mi sarei aspettato di trovare la risposta definitiva ai miei dubbi sulla felicità (esiste o non esiste? si può tendere ad essa oppure vivere una vita tangente o peggio ancora parallela ad essa, senza mai toccarla veramente?). Il libro si chiamava (e si chiama tuttora) "storia mondiale del crimine" o una cosa del genere, e sul finire del tomo l'autore affermava che l'uomo ha sempre bisogno di pesi da applicare alla propria vita per sentirsi infelice, e di conseguenza togliere quel peso per trovare la felicità. Ma una volta rimosso l'ostacolo, la situazione si normalizza e così si torna punto e daccapo. Parole semplici, lapidarie ed alle quali sarei potuto giungere facilmente anch'io, ma una cosa è dirlo e l'altro è farlo.
Naturalmente è questa la mia situazione attuale. Me ne rendo conto nei numerosi e ripetuti attimi di rimugino che mi accompagnano ogni ora del giorno (della notte no, dormo benissimo, anche se poco). In pratica non c'è mai un momento in cui mi senta davvero soddisfatto o tranquillo, c'è sempre un problema che io vedo insormontabile ma che so benissimo non essere nulla di eclatante o di irrisolvibile, tant'è che sono arrivato alla conclusione che questa cosa probabilmente mi piace, e forse è uan cosa che addirittura, inconsciamente, cerco. So bene che la vera felicità non dura che un attimo, e so coglierla benissimo quando la vedo, riesco a rincorrerla e per fortuna lei va sempre più piano di me. Ma il problema quotidiano lo devo tenere accanto, come una coperta di Linus. Che sia un dolore, una multa, una tassa, una scadenza, uno screzio, un'ansia, un'attesa, un guasto, una qualsiasi cosa che necessita di tempo per essere risolta, non posso fare a meno della sua compagnia. E per fortuna e stranamente si presenta da sola, una alla volta, o forse con la sua gravità oscura quella che era già presente facendola passare in secondo piano. Un po' come se ci trovassimo in mezzo al deserto con l'auto in panne, e dopo poco finisse anche l'acqua per dissetarci ; il problema della disidratazione personale supererebbe di gran lunga il problema del muoversi.
La soluzione? Non credo esistano soluzione, ho sempre pensato che vivere significhi preoccuparsi, sin da bambino non ho fatto altro e penso che continuerò, cambierà solamente l'entità della preoccupazione, come l'oggetto, o gli oggetti, o, peggio ancora, i soggetti. Perchè amare è soprattutto prendersi cura, e prendersi cura significa preoccuparsi. Che sta per "occuparsi prima", cioè l'ansia. Ci rivediamo sempre, mia migliore amica.

lunedì 21 settembre 2015

L'autunno del vivere

Casualmente il 21 settembre comincia l'autunno, e cade l'anniversario della morte dell'immenso Schopenhauer, il quale sosteneva che la vera libertà è solamente nella solitudine. Quant'è vero, mi sento di dire alla mia età. Si ma che c'entra con l'autunno? Eh, c'entra eccome. Chiusi i fasti di un'estate meridionale infinita che cerco di evitare balneandomi il meno possibile ed andando in vacanza addirittura in Friuli, ci si rende conto molto in fretta del vento freddo che soffia non si sa da dove poichè i punti cardinali sono un insegnamento che si dimentica presto quando c'è, figurarsi i nomi dei venti (o degli alberi). E questo vento freddo che accarezza i peli delle braccia ancora scoperti per via delle t shirt estive che ancora si indossano poichè ancora non si è fatto il cambio di stagione (che, per inciso, non ho mai fatto in vita mia. mi sembra tempo sprecato, so già dove sono gli abiti caldi, e dove sono quelli freddi, e dove sono le scarpe leggere, e quelle pesanti. e poi le giacche ed i piumini in estate non ci sono, ed in inverno si, e quindi la differenza è lì, non c'è bisogno di cambiare disposizione al tutto) porta alla riflessione per chi è dotato di connessioni cerebrali, per chi non ha niente da fare, per chi è introspettivo. E la conclusione mia personale è che la solitudine è una necessità dell'età adulta. Pensavo che le amicizie si rarefacessero nell'età adulta per il sopravvenire di numerosi impegni, lavori, famiglie, figli, noia, mancanza di voglia di incontrarsi e quindi di confrontarsi. Macchè. Le amicizie finiscono solamente per le divergenze di interessi, per la mancanza di obiettivi ed interessi comuni, perchè a volte le personalità adulte formate mal si accompagnano ad altre personalità altrettanto formate. Perchè un conto è essere adolescenti, quando ancora non sai quello che vuoi dalla vita e cosa ci fai sul pianeta Terra (e vabbè, nemmeno da adulto lo sai), ed un conto è essere ultratrentenni con problemi problematiche ansie e nevrosi che nella migliore delle ipotesi non vengono comprese, nella peggiore addirittura derisi. Quindi l'autunno o solitudine si rende necessario, non si possono far retrocedere le stagioni, sia quelle della natura che quelle del cuore. E poi c'è sempre l'inverno.

venerdì 7 agosto 2015

L'importanza dell'istruzione

-Buongiorno, Università La Scemenza, in cosa posso esserle utile?
-Si, buongiorno, salve
-Sono già tre parole, vabbè che ci chiamiamo "scemenza" ma non si dilunghi
-non si che?
-sta chiamando per la sua istruzione?
-no, per mio figlio...
-avrei detto il contrario...
-vorrei solamente avere qualche informazione sui vostri corsi di laurea. ho visto la pubblicità nell'intervallo di roma juve su sky, sarei interessato al corso di laurea "facebook e social media"
-si, è un corso che partirà quest'anno, numero chiuso, 20 allievi, corsi di ammissione da tenersi qui in sede a Roma il 31 agosto
-col caldo?
-disponiamo di aule climatizzate...
-ah, d'accordo. sa mio figlio è sensibile al calore..
-lo sono tutti gli animali a sangue caldo...quindi a meno che suo figlio non sia un rettile è probabile che la sua affermazione risulti di un'ovvietà alquanto sconcertante...
-che c'entrano i concerti ora? vi occupate anche di musica?
-lasci perdere...piuttosto mi dica, perchè chiama lei e non suo figlio? dopotutto dovrebbe essere lui ad occuparsi della sua formazione..
-mio figlio è in vacanza..l'ho spedito a Londra come premio per il diploma..
-un bel 100/100 spero..
-no, 60/100 alla scuola privata...ma sa, a 21 anni, è già qualcosa...
-certamente....vuole avere qualche notizia sul piano di studi o continuiamo la discussione da mercatino rionale?
-no no, mi dica tutto...
-allora le dicevo....il corso di laurea triennale in "facebook e social media", a numero chiuso e con obbligo di frequenza prevede un piano di studi di 36 esami, alcuni con annessa prova scritta. il primo anno si comincia con l'esame in "commentologia applicata". si parte dalla nascita del primo commento ridondante fino all'arrivo dei commenti complottisti, anticomplottisti e poi ritorno ai commenti complottisti. secondo esame, stavolta diviso in scritto ed orale, "risposta ai commenti in materia non pertinente". Terzo esame, "Marò e Fabrizio Corona"
-sono materie obbligatorie?
-Obbligatorissime. Senza queste figure che le ho citato Facebook non esisterebbe nemmeno.
-Mi scusi per la domanda sciocca...
-si figuri. si continua poi con "salvini e lega nord. pro e contro" propedeutico a "immigrazione : pasti rifiutati e soldi regalati"
-ma è vero che gli immigrati ci rubano il lavoro e si prendono 35 euro al giorno mentre noi italiani siamo alla fame?
-mi scusi ma lei ha chiamato per iscrivere suo figlio? pensa di poterci pagare?
-ma certo...
-e non aveva detto di essere alla fame?
-ha ragione...
-sempre il primo anno, si prosegue con l'esame di "indignazione temporanea. je suis charlie, je suis arcobaleno, je suis a favore dei gay e dei gatti abbandonati in autostrada. fenomenologia del piumino moncler anche se nessuno se lo ricorda"
-è così lungo il nome dell'esame?
-si, ma non si preoccupi, il libretto è in formato elettronico su tablet, quindi ci entra tutto...
-ah, ottimo..
-naturalmente il tablet verrà fornito allo studente all'atto del pagamento delle tasse di iscrizione.
-bene, mi ha convinto, appena torna mio figlio da Londra mi organizzo per l'esame di ammissione. La ringrazio signorina, è stata davvero gentilissima.
-la aspettiamo a braccia aperte. e non dimentichi che tutto ciò è per il futuro di suo figlio
-certamente!

lunedì 15 giugno 2015

Ontologia

Oggi è domenica, il 14 giugno per la precisione, ed è ancora Sant'Antonio. Si è vero, era ieri, il 13, ma se hai un banchetto di animali con pesca a 2 euro e giri le feste patronali è sempre Sant'Antonio, sia che sia venerdì 12, che sabato 13 (più giustamente) che domenica 14 (come strascico). Piero monta la sua baracca intorno alle sei, quando i palazzoni dell'edilizia popolare che si trovano alle sue spalle iniziano a fargli ombra. è una domenica dal caldo assurdo, chi ha potuto è andato al mare, chi non ha potuto è andato al centro commerciale, chi non aveva soldi da spendere è rimasto a casa davanti alla tv, ma almeno due euro per la mia pesca ce li avranno? Penso, di sì, in fin dei conti è solamente una monetina, teoricamente sarebbero quasi cinquemila lire, ma la metà dei partecipanti a questa festa patronale di questo paese giovanissimo com'è giovanissimo il sud non sa nemmeno cos'è la lira. Figurarsi a dirgli che con cinquemila lire i loro nonni ci facevano la spesa fino a trent'anni fa. Spesa buona, non di discount. Piero monta la baracca, mette bene in mostra la vasca coi pesci rossi, le gabbie coi criceti, quelle coi topolini, quelle con i pulcini, e tutti gli altri animaletti che costano si e no un euro e che quindi gli possono garantire un margine di guadagno. Si sono fatte le sette nel frattempo, il caldo non accenna a scemare ma ogni tanto un refolo di vento arriva a dare un piccolo refrigerio. Un leggerino languorino, più che altro voglia di qualcosa di buono si fa avvertire fra l'ombelico e il petto, la salsiccia del furgoncino di fronte inizia ad arrostire ed a spandere nell'aria il suo inconfondibile aroma, e così Piero decide di cenare mantendeno però sempre l'occhio vigile sulla sua baracca.
Quattro euro per un panino salsiccia e patatine? Ma non è troppo? No, non è troppo, bisogna guadagnare e poi i panini sono buoni, pazienza, Piero rinuncerà alla birra, c'è sempre la fontanella di acqua fresca e gratis lì vicino. Il tempo passa lento, in lontananza si sente passare la banda, segno che ormai la processione è quasi terminata. Tra poco arriveranno i clienti, e bisogna essere pronti. Alle otto in punto arrivano una coppia di fidanzatini, lui on maglietta aderente che evidentemente non può permettersi vista la trippa, lei con tacchi così alti che a momenti non riesce nemmeno a camminare. Lui sfodera dal portafoglio i venti euro che non ha spicci, e Piero caccia tutte le monetine che gli erano rimaste dalla fiera precedente per dare il resto al ragazzo, Pesca amò, dice alla fidanzata, che dalla ruota pesca il rotolino di carta col numero 63. 63 è pesciolino, Piero già lo sa. Fa per prendere la retina e la bustina, ma la ragazza prontamente si lamenta, amò non lo voglio, puzzano e muoiono presto, così il ragazzo questionando con Piero si accorda per un topolino, che è bianco e tanto carino, non come quelli di fogna che sono grigi e grossi come gattini. Vanno via, lei con la gabbietta che è costata altri 5 euro, lui col sacchetto di mangime che è costato altri due euro. Almeno qualche spicciolo è tornato in cassa. Seconda visita, famigliola rumorosa e numerosa. Pesca la più piccola, avrà si e no cinque anni. 42. 42 è topolino, Piero già lo sa. La mamma comincia a dar di matto in dialetto strettissimo che comprende solamente suo marito e qualcun'altro del suo condominio. Ed anche stavolta Piero è costretto ad andare contro i voleri della dea bendata, e a consegnare un pesciolino, sperando in una vendita supplementare di boccia e mangime, ma sembra che già abbiano tutto, così salutano e vanno via . E vanno e vengono tante altre persone, per fortuna, ma nessuno che accetta volentieri il destino segnato dal bigliettino. Tutti cambiano animale, ma allora Piero si chiede ad alta voce che cavolo la fate a fare la pesca, se poi non vi va bene quello che vi capita? Lo fanno apposta per rompere le palle, gli risponde il giostraio accanto alla sua baracca. Un tempo anche lui faceva una pesca, poi si è stancato di far decidere sempre a loro, continua in un flusso di coscienza non richiesto, ed ora lascia lanciare palle contro i suo birilli di latta che sono pesantissimi e non cadono mai. Almeno lui è l'artefice del suo destino. Ma Piero tutta sta' pippa sul libero arbitrio applicato alle feste patronali non l'aveva richiesto. Ringrazia e ritorna al suo pubblico, una coppia di mezz'età che pesca il solito pesciolino, solito rifiuto da parte di lei, ma stavolta Piero s'incazza, prende prima un bastone di legno per indicare quant'è chiara la scritta "pesca" e poi con la stessa mazza cerca di colpire l'uomo di mezz'età, che non solo è veloce di riflessi, ma è anche carabiniere, e le manette le tiene giusto dietro la giacca, e la pistola nella fondina dietro il polpaccio, ma non ce n'è bisogno. Piero finisce la serata in caserma con l'accusa di tentata aggressione, il processo poi chiarirà tutto, con l'avvocato imbastiranno una storia di esaurimento nervoso. E per dare più peso alla tesi Piero decide di andare dallo psicologo. Preme sulla scritta "Giorgi" al citofono e dopo sei piani di ascensore l professionista lo accoglie nel suo studio asettico e arredato alla moda, lo lascia parlare della sua vita e dei suoi problemi per circa due ore (a 25 euro all'ora) e alla fine snocciola la sua sentenza. Il suo è un problema ontologico, se si tratta di pesca di pesca si deve trattare, e davanti a questo non deve arretrare, Grazie dottore, non so proprio come avrei fatto senza di lei. Sono 50 euro. Eccoli. La ricevuta? Lei la fa per la sua pesca? No, ma io la scaricherei...se la scarica sono 70 euro. Va bene così, arrivederla. Arrivederci. Tra pochi giorni c'è la festa di San Luigi, un posto nuovo con gente alla mano, Piero è fermo ed inamovibile nel suo intento, sa che stavolta nulla lo potrà fermare. Il primo cliente è un omone grosso, con una bimba piccola al seguito.La bimba pesca il solito topolino, ma lei vuole il solito pesciolino. Ci risiamo, pensa Piero, ma stavolta è no, lo devo fare per me e per i 50 euro dello psicologo, Mi dispiace ma la pesca parla chiaro, topolino. Lo vedi questo? fa l'omone mostrando il pugno. Dice pesciolino. Mi dispiace ma è una questione ontologica. Topolino. L'omone sferra un pugno talmente lento che Piero sente prima i denti cadergli in bocca e poi vede arrivare la mano. Sviene e si risveglia in ospedale. Il primo pensiero è per la baracca. Il carabiniere che lo piantona lo assicura che è tutto sotto controllo, il furgone con le bestie si trova nel parcheggio della caserma, domani mattina, dopo aver passato la notte in ospedale in osservazione, potrà andare a ritirarlo. Ha fame? Un po'. Le chiamo l'infermiere, vediamo se ha ancora qualcosa da mangiare. Arriva subito dopo il camice bianco.
-Abbiamo pastina in brodo.
-Che pastina?
-Stelline.
-Non si potrebbero avere i tagliolini? -
-Mi scusi ma quella è pasta lunga, così si chiamerebbe pasta lunga in brodo. è una questione ontologica. -Anche lei è andato dal dottor Giorgi?
-Come fa a saperlo?

domenica 22 marzo 2015

La nostra presunta sanità mentale

Chissà quanta gente ci capita sotto gli occhi ogni giorno, quante storie sicuramente diverse dalla nostra, eppure simili, ci attraversano senza lasciare traccia, se non un brevissimo segnale nella retina. E chissà quante persone, dopo questa rapida occhiata, etichettiamo come pazze, eccentriche, diverse, disadattate. E se per una volta girassimo verso di noi la canna di fucile del pregiudizio? Saremmo capaci di premere il grilletto dell'ipocrisia? Quante volte abbiamo passato il nostro tempo in cerca di pagliuzze trascurando le nostri travi? In un lungo processo introspettivo ho capito che la sanità mentale, qualunque cosa essa sia, è qualcosa di davvero difficile da trovare e soprattutto sostenere specie in questo periodo storico.