venerdì 10 agosto 2012

Appallone

In ogni estate trovo che un po' di morte in fondo c'è. In ogni morte trovo che un po' d'estate in fondo c'è. In ogni morte... (Baustelle - Réclame)


Il caseggiato si estendeva per quasi mezzo chilometro. Tutte le finestre ed i balconi, tutti uguali, affacciavano sul vialone senza alberi e senza ombra che quasi prendeva fuoco alle tre di quel pomeriggio di metà luglio. Di fronte all'ingresso del condominio, superata la striscia d'asfalto rovente ed il ponticello sul fiume ormai ridottosi ad un rigagnolo esile e sterile, c'era il campetto comunale, dall'aspetto lunare, pieno di buche e immondizia sparsa un pò dappertutto. Era quello il luogo di ritrovo dei bambini del quartiere, e non per scelta. Semplicemente perchè quello era l'unico buco dove passare il tempo, con le scuole chiuse e le tasche vuote dei genitori a far da contorno.
Tutto era immobile quel mercoledì pomeriggio, eccezion fatta per il venditore di angurie che stazionava da metà giugno a metà settembre all'inizio del vialone, con una casetta abusiva tutta di legno allacciata alla corrente elettrica del traliccio dell'alta tensione, incurante delle visite dei rappresentanti delle forze dell'ordine che più di una volta avevano beneficiato della bontà e della freschezza dei suoi frutti.
Claudio osservava dal suo balcone la tracotanza, la prepotenza e l'impunità del melonaro, e rifletteva su come in realtà la legge a volte si trasformava in puro arbitrio, che non c'entra la regolarità o meno delle proprie azioni davanti alla legge, e che spesso i tutori dell'ordine chiudono non solo un occhio ma tutti e due davanti ad infrazioni grandi come case, o come casette abusive. Il flusso dei suoi pensieri fu interrotto all'improvviso dal sopraggiungere di suo figlio Alfredo, 7 anni, un soldo di cacio vestito con la maglietta azzurra di Balotelli, comprata sull'onda emotiva delle gesta del calciatore agli ultimi europei. Maglietta falsa, ovviamente.
"Papà vado a giocare appallone"
Disse così Alfredo, tutto d'un fiato. Claudio era costretto a fare il baby sitter a suo figlio per forza di cose. Cassintegrato, senza nulla da fare oltre ad aspettare che finisse quella maledetta estate senza soldi, senza vacanze e senza mare, passava i pomeriggi nella sua depressione più cupa aspettando che sua moglie tornasse dal turno come cassiera al supermercato, almeno uno stipendio serio era assicurato.
Nonostante l'età, le decisioni di Alfredo non si discutevano, e nè tanto meno Claudio avrebbe avuto la forza per impedirgli di scendere a giocare. Proprio lui, che alla sua età non faceva altro. Si limitò quindi a salutare Alfredo che tra l'altro era già giù per le scale, in rotta di collisione con la coppia di insegnanti pensionati che stava tornando dal mare in quel momento. Raggiunse tutto d'un fiato il campetto dove si erano già raccolti i suoi amichetti, e diedero inizio alla solita partitella che sarebbe durata fino al tramonto, o fino a quando qualche genitore non avesse reclamato la sua progenie per la cena.
Ad Alfredo piaceva tanto giocare appallone, Claudio lo sapeva e lo intuiva dalla foga e dallo scatto felino che il suo unico figlio dimostrava nel campetto ogni pomeriggio. Avesse potuto, lo avrebbe mandato alla nuova scuola calcio che avevano aperto da poco dietro casa sua, ma la retta era parecchio cara, anche se comprensiva di divisa, trasferte e tutto il resto, e poi se lo sarebbero tenuto buono buono anche di pomeriggio, così sua moglie poteva anche chiedere il full time. Forse con l'autunno, con qualche soldo di più in tasca. Chissà.
L'aria continuava ad essere immobile, il silenzio era ogni tanto interrotto da qualche marmitta bucata dai ragazzacci del quartiere che volevano ottenere qualche chilometro orario in più, oltre che dal ronzare sordo e monotono dei frigoriferi industriali del melonaro. E poi c'erano le grida dei bimbi che giocavano, vocine acute di piccoli settenni le cui corde vocali però già conoscevano le parolacce apprese proprio dai loro genitori o fratelli maggiori. Erano già sudati fino al midollo, nonostante giocassero da poco più di mezz'ora. Ma il caldo era davvero insopportabile.
Claudio continuava a seguire il gioco del suo Alfredo che, imperterrito e per nulla intimidito dallo sguardo del suo genitore, si dava da fare sulla fascia sinistra ad intercettare tutti i palloni per fare gol. Un attaccante nato, si compiaceva Claudio già prospettando per lui la stessa carriera del ragazzo di colore di cui suo figlio indossava la maglia. Era talmente assorto nelle sue elucubrazioni calcistiche/futuristiche che non si accorse del sopraggiungere di un tir grosso, lungo e minaccioso, che avanzava stranamente e inusitatamente per la strada sotto casa sua. Doveva essere il rifornimento di meloni, pensò Claudio, visto che non c'era nessun altro motivo apparente per il quale un tir transitasse proprio lì a quell'ora quel giorno. Il melonaro nel frattempo era intento a spaccare i suoi frutti per poi tagliarli diligentemente a fette, in attesa della clientela che era prevalentemente serale. Claudio era affascinato dal modo in cui quell'energumeno riuscisse a maneggiare angurie dal peso di svariate decine di chili, senza farne cadere mai nemmeno mezza per terra. Tranne quella volta. Successe tutto nel giro di dieci secondi, un tiro troppo forte, Alfredo che corre a recuperare la palla, il tir che non riesce a frenare in tempo, il cranio del bimbo sotto la ruota anteriore sinistra e l'anguria che cadendo dalle mani del melonaro si apre mostrando il suo interno rosso, proprio come la testa di Alfredo.
Claudio non ebbe nemmeno il tempo di urlare, svenne subito, e così fu trovato la sera dalla polizia che non riusciva ad avvisarlo che sua moglie era ricoverata in ospedale sotto choc. Anche lei aveva visto tutto, tornando a casa dal lavoro.
Quel giorno finiva l'estate, finiva tutto.

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